Essays / Epistemology
Robustezza, non previsione
Conviene partire da una figura concreta, il prepper, chi si prepara alla catastrofe accumulando scorte, censendo gli scenari e predisponendo per ciascuno una risposta. Il problema non è la dedizione, che è totale, ma il rendimento: della lunga lista di disastri da cui si protegge, la gran parte non si verifica mai, e quando il colpo arriva viene da una casella che nessuno aveva compilato. A quel punto le energie sono già spese, e per il problema vero non ne resta.
L’errore non è essersi preparato poco, ma aver trattato la preparazione come se potesse fare le veci della riserva: prepararsi significa prevedere, e l’imprevisto, per definizione, sfugge alla previsione. Si può spendere tutto contro ciò che si è immaginato, mentre contro ciò che non si è immaginato non si può spendere niente in anticipo; lì resta solo la capacità non allocata, energia, tempo, margine, lasciati liberi proprio perché non sappiamo a cosa serviranno.
La linea che divide il prevedibile dall’ignoto
La distinzione la fissa Frank Knight nel 1921, in Risk, Uncertainty and Profit: il rischio è fatto di probabilità note, misurabili e assicurabili, mentre l’incertezza è quella in cui la distribuzione stessa è ignota, senza statistica da cui partire né premio assicurativo calcolabile. Per Knight sono cose radicalmente diverse, e confonderle è l’origine di molti errori. Il prepping mirato aggredisce il primo regime, e lì funziona, perché per i rischi noti prevedere e predisporre è la mossa giusta; ma la quota dominante dei colpi che contano viene dal secondo, dove la preparazione specifica non ha presa, non essendoci uno scenario su cui ritagliarla. Lo scarto è tutto qui: investiamo dove sappiamo agire, e veniamo colpiti dove non sappiamo guardare.
Ridondanza contro efficienza
Va detto che gli autori che arrivano a questa conclusione non sono d’accordo tra loro. Nassim Taleb, che del problema ha fatto due libri (The Black Swan, Antifragile), rifiuta proprio la linea netta di Knight: per lui l’idea di poter separare il misurabile dall’incalcolabile è già parte del problema, perché induce a pseudo-quantificare anche ciò che non si lascia quantificare. Eppure approda allo stesso punto, perché la sua mossa non è prevedere meglio ma costruire sistemi che reggono senza prevedere: ridondanza, assenza di fragilità, e quella barbell strategy che è la versione operativa della metà-e-metà. Una parte blindata e una tenuta libera, esposta all’ignoto ma capace di assorbirlo, e niente in mezzo, perché il mezzo è dove si ottimizza, ed è l’ottimizzazione il pericolo.
Lo si vede meglio a fare il contrario: un sistema ottimizzato, lean, just-in-time, a scorte zero, massimizza il rendimento atteso e collassa al primo urto fuori modello, mentre un sistema ridondante rende meno in media e sopravvive, nel trade-off tra efficienza e resilienza che l’ecologia conosce da decenni e che le catene di fornitura hanno riscoperto dopo il 2020, quando gli shock della pandemia hanno mostrato quanto sia fragile un sistema tarato solo sull’efficienza. La capacità non spesa non è spreco, ma quello che si paga per restare in piedi quando il modello sbaglia, e sembra inefficiente solo finché il mondo si comporta come previsto.
Decidere senza conoscere le probabilità
C’è anche una ragione formale, non solo pratica, per non puntare tutto sullo scenario atteso. La regola che massimizza il valore atteso richiede le probabilità, e quando la distribuzione è ignota quelle probabilità non le abbiamo, sicché l’ottimo cambia natura: non si massimizza più l’esito medio, ma ci si garantisce contro il caso peggiore col criterio maximin, che sceglie l’opzione il cui esito peggiore è il meno cattivo, oppure si massimizza il margine di errore che si è disposti a tollerare, con l’info-gap theory di Ben-Haim. In entrambi i casi tenere energie di riserva significa preservare opzionalità, che ha valore positivo proprio perché il futuro è aperto.
Il corpo lo fa già
La fisiologia anticipa la teoria. Il carico allostatico di Bruce McEwen descrive l’usura che il corpo accumula quando spende cronicamente le proprie risorse adattive in stato di allerta: mobilitarsi senza sosta contro una minaccia anticipata logora il sistema e lo lascia scoperto quando arriva lo stressore vero, mentre la riserva metabolica e quella immunitaria non si allocano in anticipo a un nemico specifico, e restano generiche perché è questa la loro funzione.
Conclusioni
Il principio regge, e ha una letteratura solida alle spalle: non spendere tutto contro il previsto, conservare capacità generica per ciò che il previsto non contempla. A non reggere è la frazione, perché il cinquanta e cinquanta è uno slogan, non un risultato: quanto destinare alla preparazione mirata e quanto alla riserva dipende da quanto del proprio spazio di rischio è davvero modellabile, da quanto costa ricostituire energie sul momento, e da quanto è severa la penalità del caso peggiore; in contesti molto incerti la teoria spinge la riserva oltre la metà. Si tiene dunque il principio e si tratta la metà esatta per quello che è, una buona euristica di partenza. La mossa giusta non è prevedere di più, ma smettere di credere che prevedere basti, e lasciare scoperta di proposito la parte del futuro che non sapremo nominare prima che arrivi.